Prandin gola di pietra

Sergio Audano, Gianni Caccia, Maria Grazia Caenaro Claudio Cazzola, Lorenzo Fort, Letizia Lanza Recensioni, note critiche, extravaganze
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Luigi Lambertini, Gola di pietra (Reverdito, Trento 2012) Premessa: che cos’è, in sostanza, una presentazione? A che cosa e a chi serve? È, in assoluto, un invito alla lettura di un testo, che può esserci indifferente ma anche assorbire la nostra attenzione fino a trasformarci in co-autori. In effetti il “miracolo della lettura” fa sì che un’“opera sia della mia mente come del testo scritto. Sì – ha scritto M. Tournier – credo che un libro abbia sempre due autori: colui che lo ha scritto e colui che lo legge”. Un’altra curiosa definizione (di un giornalista italiano) è questa: la lettura è “un corpo a corpo con il testo, un corteggiamento”. Dal lettore curioso all’autore virtuoso c’è sempre un rapporto stretto, un coinvolgimento. Con questa premessa che è anche un augurio, ecco i miei appunti di lettura. Gola di pietra è un romanzo evocativo. La sua vitalità, e quindi il suo valore, secondo me, si trovano nella rete di storie che Luigi Lambertini fa emergere dalle oscurità del Tempo, o, forse meglio, dai grovigli della Storia. E sono storie che bussano con discrezione alla porta del nostro presente, direi alla soglia di attenzione che ciascuno ha per le cose del mondo; anzi si offrono a quella che è la nostra disponibilità all’ascolto, e – se posso usare un’iperbole – percuotono la nostra corazza di individualità che spesso è troppo Insomma, le umane avventure raccolte in questa trama letteraria nutrono la nostra curiosità di lettori e finiscono per rivelarci un gruppo di figure moderne, di “caratteri” e di situazioni che lo scrittore (e giornalista) ha trasfigurato in fiction (parola entrata ormai nel flusso della comunicazione quotidiana). Questo risultato lo ha realizzato mettendo in maschera, come si dice, la realtà; cioè usando la tecnica del mimetismo. Ecco dunque una quantità di intrecci che – non certo per magia – sono diventati una sola storia, narrata e unificata nel libro. Poiché da sempre, e per definizione, un autore è anche rintracciabile nei suoi personaggi, se non addirittura personaggio lui stesso, possiamo affermare che Gola di pietra è un tessuto – una rete, con terminologia corrente – di vicende vissute realmente dall’autore (e dunque storia), che lui ha intrecciato con altri eventi che possiamo definire come il ricalco narrativo di azioni sue (e dunque “Evocare”, in queste pagine del Lambertini, ha il significato di salvare dalla dimenticanza un patrimonio di umanità che è anche storia nostra, di noi lettori. Le sue storie, infatti, sono piuttosto normali/comuni, romanzesche quanto basta e non di più, e tuttavia sono anche specchio dei tempi in cui anche noi abbiamo vissuto. Perché noi siamo, effettivamente, contemporanei dei suoi personaggi. L’apparente semplicità della sua prosa (“L’inverno arrivò di notte e senza mezze misure”, per esempio), ci costringe a pensare che l’autore è come noi, uno di noi, con il suo carico di rovine e di fiori per dirla in metafora. Da qui, credo, nasce il coinvolgimento, cioè la nostra partecipazione alle vicende di Filippo, di Laura, di Giulia e degli altri – in particolare Cesare e Maria – con gli scarti del tempo, con la fuga dalla guerra, con le memorie che sono un filo con tanti nodi inestricabili fra passato e presente, quel presente – nostro contemporaneo, come dicevo – vissuto dai protagonisti con una intensità quasi disperata. Aggiungo subito, però, che Gola di pietra si può leggere anche come una allegoria del destino a causa di quel fitto intrecciarsi dei fili esistenziali che – come le linee dell’alta tensione – “portano” la corrente delle varie esistenze verso un luogo e verso una conclusione come la polvere di ferro si Lo sfondo – sia detto come semplice appunto di cronaca – è italiano; l’epoca è il cuore del ventesimo secolo, con una data – una sola mi pare – scritta non per caso: il 1959. Nella meccanica narrativa di Luigi Lambertini, la forza del ricordo, anzi della memoria, fa scorrere per sequenze di tempo e di spazio un mondo del passato ancora a noi vicino e abbastanza riconoscibile. Grazie all’autore, il tempo è passato ma non è perduto. E questo lo si può affermare sia seguendo l’autore nella sua discesa/esplorazione nella vastità del Tempo vissuto, sia perché esiste una luce nel passato, sempre – come esistono, simmetricamente, sprofondi di buio; sia perché proprio questa luce radente su fatti, luoghi e caratteri dà sostanza e verità alle vicende narrate e, direi, vissute dall’autore mentre le componeva sulla tastiera della Parlare di Gola di pietra come romanzo di oggi, per uno che lo sappia costruire, non è un andare controcorrente rispetto a tendenze estetiche, a mode letterarie, a ideologie ecc. ma è semplicemente una scelta di campo: il romanzo – come la macchina fotografica, per fare un esempio – è uno strumento, un meccanismo espressivo ben temperato che ha caratteristiche meravigliose, come dimostra la sua propria storia secolare. Se non si radica nel tempo, il romanzo lo inventa; se non trova un mondo pronto per essere narrato lo crea dal proprio cuore; se la realtà è fantastica il romanzo le conferisce la densità del realistico ecc. Gola di pietra, dunque, è un romanzo che è stato scritto nel territorio storico “di mezzo” che sta fra il Novecento e il secolo ventunesimo da non molto iniziato. È, come si intuisce, la scrittura che costruisce il mondo di Filippo (che è lo stesso, con varianti, il mondo dello scrittore), e la scrittura non è, qui, un bla bla informe ma un sistema di parole piene di una forza che è la stessa delle cose Mi spiego con una citazione. Elio Pecora ha scritto: “In un universo di parole sfocate, di chiacchiere furibonde, e prima ancora di sentimenti annebbiati, vi è ancora chi crede nella poesia come lievito per quell’intelligenza del cuore che impasta emozione e pensiero” (L’Immaginazione, agosto 2012). Questo accade nell’attualità ma, insisto, non nella scrittura in generale e in questo romanzo del Lambertini che si appella continuamente – magari fra le righe – all’intelligenza del cuore. Il Lambertini scrittore si mescola ai suoi personaggi (alcuni furono persone), ne veste la pelle e l’anima. In filigrana, Gola di pietra per chi ne conosce l’autore contiene una parte della sua esistenza. E allora diciamo – con una iperbole barocca – che nel libro troviamo i colori del destino. C’è, in effetti, in quelle parole del titolo, che per buona regola è la porta aperta sullo scorrere del racconto in sintonia con certe situazioni di montagna, davanti al tumulto di un torrente, una sospensione fatale, che mette inquietudine. Non soltanto – per mestiere – lettore e revisore di testi magari a caccia di refusi, ma, lettore amico della parola scritta, ho trovato pagine da rileggere perché la sua personale recherche contribuisce ad animare – cioè a ridar vita – tutta una serie di minuzie esistenziali in cui la narrazione, andando avanti e indietro nel Tempo che è Storia ma anche mosaico, polvere di stelle anzi di terra. Niente di pesante, sia chiaro: nella sua prosa c’è – fortunatamente – la vibrazione di una allegrezza Fra parentesi: il romanzo ha un ritmo che direi cinematografico: ma non è un difetto. E, dentro questo film intarsiato di ricordi – alcuni struggenti – c’è la vita quotidiana, la vita delle città e delle campagne, della montagna e del mare, e la cultura come vissuto. Vita còlta per frammenti in ogni suo strato (dalla pizza all’amore). E l’universo giornalistico che il lettore comune percepirà come un universo ignoto, che si esprime in una lingua per tanti aristocratica. A proposito, direi che la scrittura narrativa del Lambertini è tutta sintonizzata sul suo lavoro di giornalista. Parlo a ragion veduta di un onesto scrivere lontano dagli “stili mercantili”, e dalla “asfissia delle scritture” correnti di cui ha parlato di recente un poeta e critico, A. Prete. Lambertini – Gigi per gli amici – è un giornalista per vocazione, e insieme – l’interfaccia si dice – uno scrittore doc: cioè, fuori di metafora, un critico militante che ogni giorno, sempre, ha incontrato l’Arte nelle sue espressioni cangianti e (spesso) provocanti, sia nel senso buono di risuonare nell’anima dello scrittore, sia nel senso negativo di eccitare una reazione dura (e penso a chi polemizza…). L’italiano narrativo di Lambertini non è altro, dunque, che una variante fantastica (la fiction) della lingua divulgativa propria di chi ne fa uso quotidiano per “raccontare” – e non “spiegare” – a un ascoltatore invisibile un dipinto, una scultura, una sequenza di grafiche. Di nuovo in strada. Laggiù il cuore della città con i suoi rumori e le sue voci. Vedere facce sconosciute, sentire discorsi a brani. E clacson e frenate e Vespe o Lambrette e bici anche con strani motorini, chiamati Mosquitos attaccati dalla parte del mozzo. Qualche Topolino dalla vernice opaca, qualche Aprilia e, infine, le prime Cinquecento. Buffe tartarughine immusonite. Nello sfrigolio del tergicristallo si è insinuato a brani, e dolcissimo, il suo sorriso. Presente e passato. Un inestricabile sovrapporsi e sfumare. Il pensiero di Giulia diveniva nostalgia di lei, della sua aria sbarazzina, delle fossette ai lati delle guance e del concedersi con impeto felice. Al tempo stesso, il ricordo di Laura si allargava a ondate incalzanti e dense di rimpianto. Impossibile attenuarlo. Rimpianto del suo sguardo e dei suoi sorrisi. In questo suo mondo di affetti – di alta tensione emotiva devo dire – che l’autore offre alla nostra comprensione e meditazione, in questa tranche de vie, il lettore vive fin dalle prime pagine in una specie di immersione empatica. Io, personalmente, appena avuto il testo l’ho sentito come fosse un’opera mia da mandare in tipografia (cioè, nel caso specifico, all’editore), e ho continuato a leggere “con la penna in mano”, con la differenza che mi ha preso e trascinato. Ma le emozioni sono la conseguenza di un bel racconto, cioè di una forma narrativa nobilitata dallo stile dell’autore, dalla sua imprescindibile partecipazione. E perciò dico: leggete i romanzi, sempre, magiche finestre aperte sui mondi e sull’universo umano, incluso questo ovviamente (siamo qui per promuoverlo) lasciandovi immergere nelle vicende narrate sapendo che il Destino apre nuovi percorsi. Sempre, anche per noi come diceva John Donne. Ricordate? “Per chi suona la campana? Suona per noi”. Concludendo. La forza della parola narrante è sempre forte, sempre attuale. “Il testo esiste”! Parola di Maria Corti, di cui voglio ricordare la lezione così come l’ha sintetizzata Erminio Risso sulla rivista L’Immaginazione (n. 270, 2012). E cioè: “La letteratura non è un idillico spazio pacificato, ma il luogo storicamente deputato di tensioni e conflitti, più o meno nascosti. Interpretare la letteratura è – dunque – un modo di interpretare, attraverso mediazioni, la realtà, portando alla luce i nodi capitali dell’esistere e facendo esplodere le contraddizioni”. Con un corollario: “I fantasmi a cui è necessario dare corpo e voce… siamo noi uomini della

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